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    Overtime sport - Calcio - Addio a Franco Baresi, il difensore venuto dal futuro: carismatico antidivo simbolo del Milan e della Nazionale
    Calcio

    Addio a Franco Baresi, il difensore venuto dal futuro: carismatico antidivo simbolo del Milan e della Nazionale

    31 Luglio 2026Nessun commentoTempo di lettura 5 Min
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    Stavolta, purtroppo, non arriveranno smentite: a soli 66 anni Franco Baresi se n’è andato sul serio, lasciando il suo nome avvolto da un’aura di leggenda. Da tempo gli addetti ai lavori discutono se l’ex capitano del Milan e della Nazionale sia stato il più grande difensore di sempre in Italia o nel mondo, o addirittura se sia stato il più forte calciatore italiano in assoluto. Di sicuro è stato un simbolo: quello della rivoluzione del Milan di Arrigo Sacchi, che ha cambiato per sempre il calcio, e di fedeltà ai colori rossoneri, gli unici mai indossati a livello di club.

    • Baresi, il difensore venuto dal futuro
    • Baresi al centro della rivoluzione del Milan di Sacchi
    • Baresi: il miracolo e le lacrime di Pasadena
    • Baresi, l’antidivo
    • Il rispetto dei rivali e l’omaggio di Maradona

    Baresi, il difensore venuto dal futuro

    Scartato dall’Inter da bambino – a differenza del fratello Giusepe – Franco Baresi esordì nel Milan a 17 anni (stagione 1977-78), con Pippo Marchioro, per poi diventarne titolare a 18, grazie alla fiducia di Nils Liedholm, che in lui aveva riconosciuto le stimmate del campione. Quando i rossoneri finirono per due volte in serie B, il “Piscinìn” – il piccolino, come veniva chiamato – rifiutò la corte di diverse squadre di A pur di restare al Milan, dimostrando tutto il suo attaccamento ai colori rossoneri. In campo, intanto, era diventato un leader assoluto, un difensore che sembrava venire dal futuro, al punto da non essere capito dai suoi contemporanei: si diceva fosse leggerino, poco cattivo, perché gli attaccanti preferiva anticiparli, piuttosto che randellarli. La sua intelligenza gli permetteva di anticipare le giocate avversarie, la pulizia tecnica, la visione di gioco e l’eccezionale personalità lo rendevano il primo regista del Milan.

    Baresi al centro della rivoluzione del Milan di Sacchi

    Ma è con l’arrivo di Arrigo Sacchi che Baresi compì il suo ingresso definitivo tra le stelle del calcio italiano e internazionale: il rapporto tra i due all’inizio fu complicato, Baresi non voleva saperne delle lunghe lezioni al video dell’allenatore. Ma Sacchi alla fine ebbe ragione e si affidò proprio a Baresi come guida e leader della sua difesa a quattro in linea, altissima a metà campo, che cambierà per sempre il gioco del calcio: invece che i tackle o i colpi di testa, il gesto più conosciuto del capitano rossonero divenne il braccio alzato per guidare i compagni della difesa e far scattare il fuorigioco. Sacchi poi lasciò il Milan, sostituito da Fabio Capello, ma intanto Baresi era già un mito, la colonna di una squadra che vinse tutto: prima di ritirarsi nel ’97, il capitano – trasformatosi poi in “Kaiser Franz” per il raffronto con Beckenbauer – mise la firma su 6 Scudetti, 3 Coppe dei Campioni, 2 Coppe Intercontinentali. E per 7 volte venne inserito nella lista del Pallone d’Oro, arrivando secondo dietro Marco Van Basten nell’89.

    Baresi: il miracolo e le lacrime di Pasadena

    Con l’Italia, invece, Baresi non vinse nulla, ma fu anche grazie a lui se la Nazionale finì per due volte sul podio dei Mondiali, sfiorando nel ’94 il titolo di campione del mondo. Proprio a Usa ’94 è legato l’episodio che probabilmente meglio incarna la tempra di Baresi, oltre che le sue straordinarie capacità di calciatore. Durante la seconda partita del girone contro la Norvegia, il capitano azzurro subì una lesione al menisco mediale del ginocchio destro. Un infortunio da k.o., soprattutto per un 34enne, che avrebbe dovuto decretare la fine del suo Mondiale.

    Operato d’urgenza in artroscopia, Baresi compì un miracolo medico e umano: appena 25 giorni dopo l’intervento, tornò in campo da titolare per guidare l’Italia contro il Brasile nella finalissima di Pasadena. In quella partita giocata in un caldo rovente, Baresi disputò una prestazione monumentale – per molti la migliore della sua carriera – cancellando dal campo campioni del calibro di Romario e Bebeto con anticipi provvidenziali, diagonali difensive perfette e una tenuta fisica e mentale fenomenale per 120 minuti.

    Poi arrivarono i calci di rigore. Nonostante le condizioni fisiche tutt’altro che ideali e i 120’ di battaglia, Baresi si assunse la responsabilità di calciare il primo penalty: lo sparò alto, non lontano da dove lo manderà poco dopo anche Roberto Baggio, decretando il successo del Brasile. La sconfitta gli provocò un dolore immenso, crepando l’immagine di leader inscalfibile: le sue lacrime a fine partita, abbracciato a Sacchi, regalarono ai tifosi un frammento toccante. E ricordarono a tutti che anche Baresi, in fondo, era umano.

    Baresi, l’antidivo

    Fino a quel momento, infatti, Baresi era riuscito ad avvolgere la sua immagine di mistero. Fuori dal campo, era l’antitesi del divismo dei calciatori di oggi: schivo, lontano dai riflettori, a dir poco misurato nelle parole. Per molti giornalisti intervistarlo era un incubo: Baresi non amava parlare con la stampa. Il suo carisma nello spogliatoio e sul campo era però indiscutibile. Gli bastava uno sguardo per farsi ascoltare da campioni come Marco Van Basten, Ruud Gullit o Paolo Maldini, giocatori che non scarseggiavano in quanto a personalità.

    Il rispetto dei rivali e l’omaggio di Maradona

    E Baresi era venerato anche dai rivali, come Diego Armando Maradona, protagonista con lui dei duelli di quegli anni tra il Napoli e il Milan. “In Italia c’erano difensori che volevano annullarti solo con i calci. In campo ti insultavano, ti umiliavano, ma Baresi era diverso. Non abbiamo mai avuto un rapporto di amicizia, ma tra di noi c’è stato sempre rispetto”, disse una volta Diego di Baresi. Nell’89, dopo un 3-0 del Napoli nell’allora San Paolo, Maradona lasciò il campo indossando proprio la maglia del capitano del Milan. “Questa è di un grandissimo giocatore – dichiarò – io penso che Baresi è il massimo come difensore. E questo è un ricordo che mi porterò dietro per tutta la vita”.

    E Diego, come spesso gli capitava, aveva ragione: per chi ama il calcio dimenticare Baresi sarà semplicemente impossibile.

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