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    Overtime sport - Storie di sport - Francesco Guccini scelse Garrincha: cinque calciatori per capire il Maestrone
    Storie di sport

    Francesco Guccini scelse Garrincha: cinque calciatori per capire il Maestrone

    6 Agosto 2026Nessun commentoTempo di lettura 5 Min
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    Il Maestrone se n’è andato a 86 anni. Francesco Guccini è morto stamattina a Pàvana. Non ha mai scritto una canzone sul calcio: lui e il calcio non hanno “vissuto molto insieme”. È stato il cantautore delle strade secondarie, degli uomini imperfetti, delle storie che rischiavano di perdersi. Ha raccontato la memoria quando il presente correva troppo, cercando nelle persone più che negli eventi il senso delle cose. Nei suoi versi convivono l’osteria e la filosofia, l’Appennino e il mondo, l’ironia e la malinconia.

    La sua coerenza è stare dalla parte di chi osserva, di chi dubita, di chi continua a cercare un significato. Guccini poche volte ha celebrato gli eroi. Ha raccontato soprattutto i personaggi: sconfitti, ribelli, sognatori, quelli che portano addosso una storia e quelli che portano addosso una croce. La Locomotiva, L’Avvelenata, Canzone per un’amica, Cyrano.

    • Francesco Guccini e il calcio
    • I cinque calciatori che raccontano Guccini
    • Garrincha, il simbolo dell’impossibile
    • Crepe attraverso cui passa qualcosa di umano
    • Paolo Faragò e il 43 a Bologna in onore di Guccini
    • Un’utopia con le gambe storte

    Francesco Guccini e il calcio

    Il calcio lo annoiava un po’, ci è andato più d’accordo nell’ultima parte di vita. C’è un’intervista di fine marzo del 2000 su Il Mucchio. Stava per uscire – forse era uscito da poco, qui i miei ricordi si fanno più deboli – Stagioni, il quattordicesimo album in studio.

    Per chi come me, gli altri tredici li aveva già imparati a memoria e a quelli successivi avrebbe concesso identico trattamento, era un momento importante. L’unica stagione che Guccini non canta in quell’album è l’estate perché d’estate “divento ancora più pigro, vado nel mio paese di campagna e tutto voglio fare, fuorché scrivere”.

    C’è un momento in cui l’intervista diventa un fuoricampo: gli chiedono di scegliere i cinque calciatori che ha amato di più. La risposta finisce per somigliare a un autoritratto.

    I cinque calciatori che raccontano Guccini

    “Faccio fatica ad arrivare a cinque giocatori che ho amato veramente”. Poi però i nomi arrivano.

    “Il primo che mi viene in mente è Platini: lui mi piaceva tantissimo. Altri due potrebbero essere Pelé e Roberto Baggio. Da tifoso della Pistoiese dovrei dire Frustalupi, ma un po’ mi vergogno. Il quinto… ma sì, metterei proprio Garrincha, che è un bel simbolo di utopia”.

    È una mappa del sentimento che racconta il modo in cui Guccini ha guardato il mondo più che il suo rapporto con il calcio.

    Platini è l’eleganza, la genialità che sembra naturale. Pelé è il mito assoluto, la perfezione del talento. Roberto Baggio è la poesia del campione attraversato dalla fragilità. Frustalupi è la memoria, il legame con un luogo e con la propria storia. E poi c’è Garrincha.

    La scelta che ho capito prima delle altre.

    Garrincha, il simbolo dell’impossibile

    Manuel Francisco dos Santos, per tutti Garrincha, è stato uno dei calciatori più grandi della storia. I dribbling, i Mondiali vinti, il talento. Però è diventato leggenda perché Garrincha era una contraddizione.

    Un corpo imperfetto, le gambe storte, un modo di giocare che sembrava nascere dall’improvvisazione. È il limite che diventa forma di libertà. “Un bel simbolo di utopia”, lo ha definito Guccini.

    L’utopia, nelle canzoni di Guccini, non è un sogno ingenuo. È la ricerca di qualcosa che sembra impossibile ma che continua ad avere valore proprio perché non si lascia addomesticare.

    Garrincha appartiene alla stessa famiglia dei personaggi che popolano le sue canzoni.

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    Crepe attraverso cui passa qualcosa di umano

    Nell’universo di Guccini le persone vengono prima. I ruoli arrivano molto dopo, o non arrivano mai.

    C’è il ferroviere anarchico de La locomotiva che trasforma una vicenda individuale in simbolo collettivo. Ci sono gli amici perduti, i compagni di strada, gli uomini incontrati lungo il viaggio. Ci sono quelli che non entrano nei libri di storia ma rimangono nella memoria di chi li ha conosciuti.

    È lo stesso sguardo con cui osserva il calcio.

    Garrincha conta più del suo palmarès. Baggio è oltre i rigori sbagliati. Platini è l’idea di una bellezza tecnica che sembrava irripetibile. Sono crepe attraverso cui passa qualcosa di umano.

    Paolo Faragò e il 43 a Bologna in onore di Guccini

    Il legame tra Guccini e il calcio è anche un esercizio di interpretazione ma ci sono due episodi che raccontano quanto il suo immaginario sia entrato nel mondo dello sport. Il primo riguarda il centrocampista italiano Hans Nicolussi Caviglia, classe 2000: relativamente distante dalla generazione di Guccini eppure fortemente legato alla musica del cantautore. L’altro interessa PaoloFaragò: ex calciatore arrivato in prestito al Bologna dal Cagliari nel 2021, durante la sessione del mercato invernale. Scelse il numero 43 sulla maglia.

    Era un riferimento a Via Paolo Fabbri 43, uno degli album più importanti di Guccini e uno dei luoghi simbolici della cultura bolognese.

    “Da tre anni ho scoperto Guccini e da due ascolto tutte le sue canzoni. Arrivando a Bologna ho pensato che fosse carino prendere il 43 in suo onore”, spiegò il centrocampista.

    Una scelta che sorprese anche Guccini, sapeva che Dino Zoff ascoltava le sue canzoni ma che uno gli dedicasse il numero di maglia “beh, questo sinceramente è un inedito. Mai nella vita avrei pensato una cosa così”.

    Un’utopia con le gambe storte

    Nel mondo di Francesco Guccini la grandezza non è mai coincisa con il successo.

    Sta nelle storie che restano ai margini, nei talenti irregolari, nelle persone che portano addosso una contraddizione. Dopo Platini, Pelé, Baggio e Frustalupi, il quinto nome è quello di Garrincha. Un’utopia con le gambe storte.

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