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    Overtime sport - Calcio - Salernitana, Inzaghi nuovo allenatore: Pippo stavolta scatta in corsa, come da calciatore
    Calcio

    Salernitana, Inzaghi nuovo allenatore: Pippo stavolta scatta in corsa, come da calciatore

    11 Ottobre 2023Nessun commentoTempo di lettura 7 Min
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    C’è sempre una prima volta, anche a 50 anni. Quella di Pippo Inzaghi, nuovo allenatore della Salernitana al posto dell’esonerato Paulo Sousa, se possibile, è abbastanza inconsueta per un allenatore che è ormai nel giro che conta da una decina d’anni: l’attaccante italiano più prolifico in campo europeo, che da 11 anni ha appeso le scarpe al chiodo spostandosi a dirigere le operazioni a bordo campo, non aveva mai provato la sensazione di subentrare a stagione inoltrata.

    Mai in panchina a stagione iniziataIl biennio a BeneventoMilan, tanto amore e poca ragioneVenezia, il trampolino di lancioI play off in serie BA Bologna dopo DonadoniLa rivincita sannitaQuelle primavere maledetteLa Reggina in cadetteriaUn conto da regolare

    Mai in panchina a stagione iniziata

    Ogni volta che s’è seduto su una panchina l’ha fatto partendo dal ritiro estivo, semmai finendo anzitempo l’avventura come successo a Bologna (stagione 2018-19) e a Brescia (stagione 2020-21).

    Ma attendere una chiamata ad autunno inoltrato, e rispondere positivamente alla richiesta di accettare l’incarico, questa è una novità assoluta anche per lui. Che forse si sarà “confuso” con la temperatura caliente che attanaglia l’Italia negli ultimi giorni, molto più estiva che autunnale, statistiche alla mano (oggi a Salerno la massima ha toccato i 26 gradi, e domani replicherà). Insomma, un’estate fuori stagione val bene una panchina in corsa. Una prima volta anche per Pippo.

    Il biennio a Benevento

    Che la Campania la conosce bene, avendo allenato (e vinto) a Benevento nella stagione funestata dal Covid. Un’avventura che gli è rimasta dentro, anche perché assieme a quella vissuta a Venezia è stata anche la più duratura della sua carriera.

    Due stagioni che hanno visto Inzaghi conquistare subito la promozione in A a suon di record (+18 sul Crotone, secondo), optando poi per restare fino all’ultimo al timone della Strega nel torneo successivo che pure s’è chiuso con un groppo in gola, una retrocessione determinata da un girone di ritorno che definire deficitario è poco (solo una vittoria a Torino con la Juventus, ma dal valore assai platonico, e appena 11 punti raccolti sui 57 disponibili).

    Salerno ora gli chiede qualcosa di diverso, e soprattutto quella scossa che con Paulo Sousa non s’è più accesa dopo l’illusoria seconda parte della passata stagione.

    Milan, tanto amore e poca ragione

    Invero il rapporto tra SuperPippo e la Serie A, almeno da quando ha cominciato a vestire i panni dell’allenatore, non è mai decollato appieno.

    Quando il Milan lo chiamò nell’estate del 2014 per affidargli la panchina che nella stagione precedente fu prima di Allegri e poi di Seedorf, le cose non è che andarono tanto bene: 52 punti totali, frutto di 13 vittorie, 13 pari e 12 sconfitte, buone per garantirsi un decimo posto finale che portò a un addio inevitabile, al netto di tutta la stima, l’affetto e la riconoscenza accumulate nel tempo.

    Inzaghi s’era guadagnato la chiamata di un Milan in fase di ricostruzione, con Menez miglior marcatore stagionale (16 reti), nonché unico in grado di andare in doppia cifra. Una squadra che aveva in Bonaventura, Poli, Honda, Abate, Mexes e De Jong i suoi uomini più illustri, con un attacco già assediato dalla “maledizione della numero 9”, la maglia appartenuta fino a tre stagioni prima a Inzaghi, con Pazzini, Destro e Fernando Torres capaci di mettere assieme appena 8 reti in tre in tutta la stagione.

    Venezia, il trampolino di lancio

    La triste fine dell’avventura sulla panchina rossonera convinse Pippo a ripartire dal basso, anche per cercare di trovare nuovi stimoli e provare a guardare verso nuovi orizzonti.

    Venezia nell’estate del 2016 rappresentò il luogo perfetto dove far scoccare di nuovo la scintilla: squadra ben organizzata e senza nomi altisonanti, l’ideale per sviluppare un concetto di gruppo capace di esaltarsi e di andare oltre le proprie possibilità.

    I play off in serie B

    Con Gejko e Moreo unici calciatori capaci di andare in doppia cifra, ai lagunari riuscì l’impresa di conquistare il double, cioè la vittoria in campionato e quella in Coppa Italia (indolore il ko. in Supercoppa).

    Inzaghi si prende la sua rivincita e l’anno dopo in B per poco non sfiora un altro bersaglio grosso: chiude quinto garantendosi un posto nei play-off, che apre battendo senza appello il Perugia (3-0) salvo poi doversi fermare contro il Palermo in un doppio confronto di semifinale tirato come pochi.

    A Bologna dopo Donadoni

    A Bologna però le sue gesta non passano inosservate: Pippo viene chiamato a sostituire Roberto Donadoni, il tecnico che per ultimo lo aveva chiamato in nazionale 11 anni prima.

    In Emilia però le cose non vanno come sperato: ancora una volta la Serie A respinge il maggiore dei fratelli Inzaghi, che viene esonerato dopo 21 giornate quando si trova al terzultimo posto. Mihajilovic, che già l’aveva sostituito al Milan 4 anni prima, porta i felsinei in salvo e convince Pippo a ripartire ancora dalla B.

    La rivincita sannita

    A Benevento, come detto, arriva l’ennesimo capolavoro: è la stagione tristemente ricordata per lo stop imposto dal Covid a marzo, ma in terra sannita già erano pronti i festeggiamenti, solo rimandati (e in tono evidentemente minore) in piena estate.

    La Strega poggia le fondamenta su una squadra solida e su una vera e propria cooperativa del gol, con Marco Sau miglior realizzatore (12 reti) e i vari Coda, Improta, Moncini e Insigne jr. a dispensare gol, assist e giocate d’autore.

    Il presidente Vigorito vuol concedere a Inzaghi l’occasione di sfatare finalmente il tabù Serie A, e per due terzi di stagione la maledizione sembrerebbe prossima a capitolare. Poi però arriva la primavera e le cose si complicano: 6 ko in 7 giornate fanno scivolare il Benevento al terzultimo posto, e da lì non riuscirà più a schiodarsi. A Pippo viene risparmiato l’esonero in corsa, ma a fine stagione il ritorno in B è inevitabile, così come l’addio.

    Quelle primavere maledette

    Massimo Cellino, vulcanico patron del Brescia, decide di affidargli il compito di provare a riportare in A le Rondinelle, memore di quanto fatto due anni prima in Campania.

    E con Moreo a guidare l’attacco, come ai bei tempi di Venezia, per due terzi di stagione tutto procede come nelle più rosee aspettative: il Brescia è stabilmente nei piani alti, alla 25esima è addirittura in testa, poi il ko. con la Cremonese e tre pari di fila incrinano certezze e rapporti.

    Inzaghi non riesce a sfuggire alle “grinfie” di Cellino, famoso mangia allenatori: alla 31esima giornata, dopo un altro pari ottenuto a Pordenone, arriva il secondo esonero in carriera a stagione ancora in corso.

    La Reggina in cadetteria

    Questo andamento che vede le squadre di Pippo in grande spolvero fino a metà stagione (e anche oltre) per poi calare alla distanza diventa un brutto leit motiv anche nella stagione che vede il tecnico accettare la proposta della Reggina, sempre in B.

    Qui però Inzaghi non ha colpe: la società ha problemi economici che all’inizio del girone di ritorno condizionano pesantemente l’andamento dell’annata. Finché c’è vita sul pianeta amaranto, Pippo il suo lo fa. E gli riesce un ultimo miracolo, quello di agguantare un piazzamento play-off, al netto di 5 punti di penalizzazione arrivati a campionato aperto.

    Un conto da regolare

    Il ko col SudTirol non cambia di una virgola il giudizio di una stagione che, con una società forte alle spalle, sarebbe potuta finire davvero diversamente. Inzaghi promette di aspettare ad accasarsi altrove, sperando in un esito positivo della vicenda legata alle inadempienze del club.

    Di fatto è l’ancora attorno alla quale tutto il popolo reggino si stringe nel disperato tentativo di salvare la baracca, operazione che risulta inutile perché a luglio la società viene estromessa dai campionati professionistici, costretta a ripartire con un’altra dirigenza dai dilettanti.

    Pippo saluta con la mano sul cuore, dicendo che il suo non è un addio, ma solo un arrivederci. Per tre mesi guarda i colleghi allenare, poi risponde alla chiamata proveniente da Salerno (prefisso 089), deciso a regolare una volta per tutte quel fastidioso conto con la Serie A che ne ha segnato la carriera da allenatore.

    Un conto assurdo per chi, da attaccante, con 156 reti è salito fino al 21esimo posto assoluto, in compagnia di Ibra, Gigi Riva e Roberto Mancini, nella classifica dei marcatori all time del massimo campionato italiano. E dove è subentrato 99 volte dalla panchina sulle 271 gare disputate. Non era mai subentrato però in panchina, e per questo Salerno ha tutta l’aria di essere davvero un posto speciale.

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