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    Overtime sport - Storie di sport - È inutile spiegarvi Charlie Parker e allora vi racconto Evaristo Beccalossi
    Storie di sport

    È inutile spiegarvi Charlie Parker e allora vi racconto Evaristo Beccalossi

    6 Maggio 2026Nessun commentoTempo di lettura 5 Min
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    Il genio di Paolo Rossi a teatro. È il 1992 quando porta in scena un monologo che si porta tutto nel titolo: Lode a Evaristo Beccalossi. E Beccalossi diventa Charlie Parker nel punto di congiuntura tra calcio e jazz. Non è un omaggio convenzionale e il comico lascia campo all’artista. Evaristo Beccalossi che diventa Charlie Parker è Paolo Rossi che spiega perché un calciatore possa diventare linguaggio culturale.

    E perché il calcio entri nella storia solo per marginalità. Nella piece, Beccalossi è il talento che sbaglia, insiste, sbaglia ancora. Non era, Beccalossi, un calciatore che funzionava bene. Era un calciatore che lo vedevi accadere.

    • Lode a Evaristo Beccalossi
    • Molti non sanno chi è Parker, allora vi spiego Beccalossi
    • Il talento che non si lascia addomesticare dalla regolarità

    Lode a Evaristo Beccalossi

    Il passo indietro porta a Inter-Slovan Bratislava del 15 settembre 1982, andata dei sedicesimi di finale di Coppa delle Coppe: Beccalossi fallì – a distanza di otto minuti – due calci di rigore.

    Il primo al 5’ della ripresa, risultato di 0-0. Beccalossi prima si procura il fallo inducendo Hlavaty al contatto in area, poi sciupa con un piatto sinistro che manda il pallone fuori.

    Il secondo al 13’, con l’Inter in pressione totale. Stavolta il fallo è di Luhovy, tocco di mano su traversone di Beccalossi. Non si fa avanti nessuno.

    • Era l’Inter di Bini, Ferri, Baresi e Collovati in difesa; Oriali, Bagni, Sabato e Beccalossi in mezzo al campo; Altobelli e Juary davanti. In porta Ivano Bordon.

    Sul dischetto si presenta ancora Beccalossi. Paolo Rossi a teatro lo racconta così:

    Lui guardò tutto lo stadio negli occhi. E tutto lo stadio fece: ” No ! Puttana Eva…”. “Lo tiro io !” E mise la palla sul dischetto del calcio di rigore con la sicurezza dell’uomo che non avrebbe risbagliato. E risbagliò!

    Calcia a mezza altezza alla sua destra, Mana respinge, Beccalossi si fionda sulla respinta e conclude ancora, Mana ci mette il corpo. Al 25’ della ripresa fuori Beccalossi, dentro Bergamaschi. Otto minuti dopo Altobelli fa l’1-0, a sette minuti dal 90’ sabato chiude i conti, 2-0. L’incipit di Paolo Rossi:

    Beccalossi è stato uno dei più grandi talenti inespressi del calcio italiano, stiamo parlando di gente che io ho visto, che molti hanno visto. Io non posso dimenticare una partita che era Inter-Slovan Bratislava. Io l’ho vista, chi l’ha vista sa di cosa sto parlando.

    Molti non sanno chi è Parker, allora vi spiego Beccalossi

    Il cuore di quel monologo è un episodio reale, poi Rossi decide che la misura dei due errori non deve essere il giudizio. La ripetizione dell’imprevisto diventa espediente per parlare di talento in maniera diversa. Lo pesca dentro la fragilità, lo scova nell’insistenza. E diventa riconoscibile.

    Questo pezzo è dedicato a due grandi talenti della cultura mondiale, che han fatto sì che alcuni di noi, se pur perdenti, si ritenessero destinati a una vittoria futura e possibile. Questi due talenti nel campo della cultura, della musica, dell’arte, dell’evoluzione in genere, sono per me Charlie Parker ed Evaristo Beccalossi. Forse mi rendo conto che molti di voi non sanno chi era Charlie Parker, allora spiego chi era Beccalossi.

    Il calcio degli anni ’80: più fisico, più rigido, più ordinato. Il talento doveva adattarsi alla continuità, al rendimento, all’affidabilità.

    E il calcio resta linguaggio che premia il valore quando quel valore si ripete. Beccalossi rompe questa logica. Il suo modo di giocare è discontinuo: qualità sopraffina e indiscutibile che fa a sportellate con la natura creativa.

    Come lo spieghi che un andamento irregolare in senso tecnico è in realtà una presenza intermittente in senso strutturale? Come lo fai capire agli altri che Beccalossi non è che rende a fasi alterne, il suo stare in campo è proprio questo: apparizioni e sparizioni dentro la stessa partita.

    Il talento che non si lascia addomesticare dalla regolarità

    Paolo Rossi ricorre a un altro codice interpretativo. Ed entra in gioco il jazz. Charlie Parker rappresenta una trasformazione simile in un altro sistema.

    Nel suo modo di suonare, il tempo viene deformato, accelerato, anticipato. Le frasi musicali seguono una logica di esplosioni improvvise. Come a dire: c’è la linea, c’è la curva e c’è Charlie Parker. Parker che aveva rivoluzionato tutto senza avvisaglie.

    Il legame tra Parker e Beccalossi non è stilistico ma strutturare. Il focus non è sulla continuità ma sulla comparsa. Il paragone funziona perché appartenevano alla stessa anomalia: il talento che non si lascia addomesticare dalla regolarità.

    Il talento, appunto, fa da collante: si concentra in momenti distinti, separati, non prevedibili. Di Beccalossi non restano le statistiche, non lo racconti con le medie e le bacheche. Di Beccalossi restano gli episodi.

    L’irregolarità diventa una chiave di lettura: l’intermittenza come forma di presenza. Come tratto distintivo e inalterabile. La discontinuità diventa un altro modo – ugualmente incisivo – di stare in mezzo al campo. Beccalossi come Parker perché né quello né questo stanno nella partita – o nella musica – allo stesso modo. A volte non ci stanno proprio. Però quando ci entrano ne cambiano la struttura.

    Il monologo di Paolo Rossi non racconta Beccalossi per spiegarlo ma per renderlo leggibile. Il calcio, il jazz, e la stessa idea di talento che non si lascia misurare dalla continuità. Evaristo Beccalossi e Charlie Parker. Quelli che non definisci dalla durata della presenza, semmai dall’effetto dei propri ritorni.

    Non costruiscono abitudini ma ricordi. È in quell’archivio che Beccalossi ha blindato il suo spazio.

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