Il suo destino sembrava legato alla fabbrica, come operaio elettrotecnico alla Magrini, il suo lavoro a 19 anni quando appena pesava 52 chili ma per Angelo Domenghini le stelle avevano previsto altro. Il padre gestiva con la madre un’osteria. Erano nove fratelli, sei femmine e tre maschi, e la casa, che era lì sopra, non riusciva a contenerli tutti. Per tirare calci a un pallone, Angelo e i suoi amici eravamo dovuti emigrare nove chilometri più in là del paese d’origine Lallio, a Verdello, dove c’era il campo dell’oratorio. Con il Verdello giocò in Prima Categoria, sino a quando Don Antonio non decise di venderlo all’Atalanta.
- La ricchezza arrivò con la Grande Inter
- Il tradimento dell’Inter
- La partita del secolo
- Cosa fa oggi Domenghini
La ricchezza arrivò con la Grande Inter
Nell’elite del calcio ci è entrato con la grande Inter, di cui è uno dei pochi sopravvissuti assieme a Guarneri e Bedin (una Coppa dei Campioni e due Intercontinentali), col Cagliari, dove ha vinto lo scudetto con Riva in campo e Scopigno in panchina e con la Nazionale, campione d’Europa nel 1968 (segnando il gol decisivo nella prima finale contro la Jugoslavia) secondo ai Mondiali di Mexico 70. All’Atalanta dove guadagnava circa 150.000 lire al mese. Moratti lo fece firmare in bianco e solo dopo Domenghini scoprì di essere diventato ricco.
Il tradimento dell’Inter
Fu Helenio Herrera a volerlo – “I primi due anni facevo il centravanti – ha ricordato spesso Domenghini – Poi mi sono spostato. Io non mi sono mai sentito un’ala. Ero per natura quello che oggi si direbbe un centrocampista di destra” Lasciò i nerazzurri per Cagliari, sacrificato all’altare di Boninsegna. Per Domenghini la notizia fu una doccia fredda. All’inizio visse il trasferimento in Sardegna come un declassamento ingiusto, sentendosi scaricato dalla società con cui aveva vinto tutto. Lo stesso Boninsegna ha raccontato anni dopo in un’intervista alla Gazzetta dello Sport: «Accettai la cessione solo a patto di poter tornare a Milano. Mi accontentarono, ma in cambio partirono Gori, Poli e Domenghini… e “Domingo” non me l’ha mai perdonata!».
La partita del secolo
Gli andò comunque bene: “Fu un anno meraviglioso. L’entusiasmo era incontenibile. Gigi Riva era più che una bandiera. Aveva la voglia di buttarla dentro nelle vene. Lui i gol li amava. Era un uomo semplice, un vincente, un portafortuna. La fortuna aiuta gli audaci, e lui lo era oltremisura”. Pochi mesi dopo quello scudetto, ed esattamente il 17 giugno, allo stadio Azteca di Città del Messico ci sarebbe stato quell’Italia-Germania 4 a 3, etichettata come la partita del secolo: “Ma quale partita del secolo! Semmai i supplementari del secolo. Cinque gol in mezz’ora, un’altalena di emozioni, il grande gol finale di Rivera. Prima, i novanta minuti regolamentari, erano stati tutt’altro che un grande spettacolo e, se non fosse stato per il gol di Schnellinger all’ultimo minuto, sarebbe finita con uno striminzito 1 a 0 e non sarebbe certo passata alla storia come una partita memorabile”.
Cosa fa oggi Domenghini
Oggi Domingo ha 85 anni, vive nell’Isola, a Liscia di Vacca (ma d’inverno torna a Lallio, il paese a una manciata di chilometri da Bergamo, dove è nato) e ha concluso la sua carriera nel mondo del calcio dopo aver lavorato anche come osservatore per l’Inter. Si dedica completamente alla famiglia, ai suoi quattro nipoti e alla cura dell’orto nella sua casa in Sardegna alla spiaggia delle mucche, nel cuore della Costa Smeralda.
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