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    Overtime sport - Storie di sport - L’ex campionessa di tennis Sara Ventura ospite a Amore Criminale – Sopravvissute: vittima di abusi da parte dell’allenatore
    Storie di sport

    L’ex campionessa di tennis Sara Ventura ospite a Amore Criminale – Sopravvissute: vittima di abusi da parte dell’allenatore

    24 Novembre 2023Nessun commentoTempo di lettura 6 Min
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    Alla vigilia del 25 novembre più drammatico e insopportabile, per la perdita di Giulia e delle altre 102 vittime di femminicidio (perché così dobbiamo definire simili delitti, omicidi di genere generati da una cultura di potere inaccettabile), l’orrore delle molestie, degli abusi e delle violenze sessuali trascende qualunque ambiente. La violenza di genere non ha identità, collocazione geografica o ceto sociale: l’emergenza coglie e attraversa ogni stratificazione della nostra società e ogni contesto, palestre e sport compresi.

    Sara Ventura ha trovato in sé le risorse rinnovate e cresciute, a 47 anni, per denunciare quanto subito quando il suo mondo era il tennis ed era immersa in un sistema che l’ha inghiottita, appena 13enne, in una vicenda orribile, che ha esplicitato con estrema lucidità così da sostenere e supportare le altre vittime. Lo ha scritto in un libro crudo ma autentico, e lo ha ribadito in una puntata di Amore Criminale – Sopravvissute andato in onda, giovedì 23 novembre su Rai3.

    Sara Ventura ospite di Amore Criminale – Sopravvissute La ferita non visibile Abusi e molestie nello sport L’adolescenza segnata dalla morte della madre Il presente di Sara lontano dal tennis

    Sara Ventura ospite di Amore Criminale – Sopravvissute

    Non è banale sedersi in uno studio televisivo e rispondere, rivivere quei giorni, a cui si guarda con la maturità e la consapevolezza acquisita, come i tempi della violenza, degli abusi sessuali subiti ed ammettere pubblicamente di averne compreso la portata dopo. In un dopo che è poi del tutto soggettivo, personale e troppo spesso inespresso.

    “Penso che la chiave di tutto si la fiducia in noi stesse, prima di tutto, e poi la forza e il coraggio di dire no. Bisogna partire dalla formazione nelle scuole, quando i bambini sono piccoli e si può partire dall’educazione al consenso fin dalle scuole primarie, per poi andare nell’educazione sessuale, bisogna anticipare il problema e partire proprio dalla base. Questo secondo me è necessario”, ha affermato Sara Ventura che oggi vive a Milano ed è un riferimento, in qualità di personal trainer alla guida di un’attività nota e estremamente frequentata sui Navigli.

    “Sono accadute anche delle molestie nel tuo ambiente ed è un tema su cui battiamo molto perché la molestia è l’esercizio di un potere”, la interroga – rivolgendosi all’ex campionessa di tennis – la giornalista e conduttrice Matilde D’Errico.

    “Sì, ti do completamente ragione nel senso che quando sei bambino, quando sei piccolo vedi il tuo allenatore, il tuo coach come una figura mitica. Lo osanni, pendi dalle sue labbra, cerchi di far di tutto per renderlo felice, no? Quindi hai anche questo senso di responsabilità che poi sfocia anche in meccanismi di vergogna quando succedono degli avvenimenti dove difficilmente a quell’età lì riesci a colpevolizzare l’altro e in qualche modo ti fai sempre responsabile”, le parole di Sara che suonano come un colpo forte, prepotente.

    La ferita non visibile

    Di quella ferita umana e psicologica è rimasto l’insieme dei segni che Sara Ventura affida e ha voluto condensare in un codice linguistico depurato da sovrastrutture, per descrivere quelli che poi sono stati i suoi abusi subiti, le sue molestie.

    Non è la primissima volta che si apre e che ripercorre quelle notti, quelle violenze risalenti a un’epoca remota ma che non ha ieri e non ha domani, per le vittime, ma è una condanna al presente.

    Abusi e molestie nello sport

    Allo sport, al tennis Sara Ventura deve la rinascita dopo la morte di sua madre, avvenuta quando aveva appena 12 anni, perché l’allenamento l’ha forgiata, le ha indicato uno scopo dopo che ogni giorno pareva vuoto.

    Anche se all’epoca, era poco più di una ragazzina. In quell’intervista drammatica rilasciata a Vanity Fair il 7 giugno, l’ex tennista, coach e personal trainer ha ripercorso le fasi più drammatiche e dolorose di questa sua esperienza di vita.

    Sara Ventura al WeWorld Festival

    L’adolescenza segnata dalla morte della madre

    Quando era appena una ragazzina, il talento tennistico dimostrato la conducono presto a Roma per vivere in un collegio e allenarsi con le migliori tenniste italiane, lasciando Cologno al Serio dove è nata, per intraprendere un percorso agonistico ad altissimo livello. È cominciata così quella carriera da professionista ambita da molte e che, nel suo curriculum, l’ha portata a vincere 15 titoli italiani. Lontana da casa, senza suo padre, incomincia una convivenza inconsapevole per la sua giovane età, ma affiorata poi, con abusi e molestie da parte degli allenatori incontrati.

    “Dovevo stare attenta che di notte andasse tutto bene”, ha detto in quell’intervista. “Ho subito abusi di ogni tipo. Anche sessuali, diverse volte. Avevo 13 anni“. Ne parlava con le altre sportive: “Ragazze un po’ più grandi. Mi dicevano: eh sì, funziona così, ci siamo passate anche noi. Ho imparato a dormire con la racchetta vicino”.

    L’episodio più drammatico e devastante lo aveva ricostruito e rivissuto, purtroppo, con coraggio:

    “Il giorno dopo uno dei tentativi di incursioni notturne, io giocavo una partita dei campionati europei. Stavo vincendo 5 a 2 e mi sono permessa di tirare forte la prima palla di servizio: era un rischio ma ero consapevole che, se avessi sbagliato, avrei potuto contare sulla seconda. Purtroppo sbaglio. L’allenatore si alza in piedi e mi urla: “Testa di ca**o, ti mando a casa a calci in cu*o”. Detto fatto: quella partita poi l’ho vinta, ma lui non mi ha permesso di giocare per tutto il resto della settimana”.

    Il presente di Sara lontano dal tennis

    Sara Ventura oggi è una professionista affermata e stimata: ha pubblicato un libro, A testa alta (DeAgostini), e questi fondamenti li ha fatti diventare i pilastri del Sara Ventura – Art & Body, il loft milanese sui Navigli dove accoglie circa 120 clienti alla ricerca di un percorso di remise en forme personalizzato.

    Una conquista personale importante che le ha consentito, anche, di potersi misurare con il passato:

    “Mio padre era un uomo freddo, introverso, non avevamo grandi rapporti, e mia madre è mancata che avevo 12 anni: poco dopo mi hanno chiamato, insieme alle tenniste più promettenti d’Italia, per vivere, studiare e allenarmi in un collegio vicino a Roma. Ho accettato subito e sono andata via di casa. Ero sola. E non avevo neanche i mezzi economici per ribellarmi a quel sistema di ingiustizie e abusi. Se parlavi, se uscivi dalla federazione, la tua carriera era finita. Tutti sapevano, nessuno diceva una parola. Le ragazze più fortunate, quelle con una famiglia alle spalle, a volte venivano prese e portate via. Io potevo contare solo su me stessa”.

    E questa condizione di subordinazione, che Sara imputa a una ancora presente cultura del patriarcato, della quale ha parlato nella sua lettera al Corriere della Sera che la sorella di Giulia, Elena Cecchettin, si traduce in una incapacità di reazione:

    “Ma non funzionava così! Se parlavi, se uscivi dalla federazione, la tua carriera era finita. Tutti sapevano, nessuno diceva una parola. Le ragazze più fortunate, quelle con una famiglia alle spalle, a volte venivano prese e portate via. Io potevo contare solo su me stessa”.

    Una fiducia nelle proprie risorse che Sara Ventura cerca di infondere nelle altre, nelle donne e negli uomini che la ascoltano e che non possono più tacere e ammettere che ciò rimanga impunito o immutabile.

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