Non ha vissuto una sola esistenza, Alex Zanardi. Nei suoi 60 anni su questa terra ha vissuto probabilmente decine di capitoli, perché quello che altri impiegherebbero una vita intera per realizzare lui l’ha fatto tante volte, ripartendo sempre daccapo. Una vita cominciata nell’abitacolo, finita poi sulla strada, senza più gli arti inferiori, ma con una voglia matta di dimostrare che si può vivere per davvero anche quando il conto da pagare è stato salato. Come cantava Battisti: le discese ardite e le risalite. Nessuno più di Zanardi ha fatto suo uno dei versi più celebri della canzone italiana.
- Gli inizi nei motori: le delusioni in F1 e i trionfi americani
- La sliding door: l’incidente del Lausitzring del 15.09.2001
- La seconda vita sportiva: il Turismo e l’handbike
- Le medaglie paralimpiche e la maledetta “staffetta” del 2020
Gli inizi nei motori: le delusioni in F1 e i trionfi americani
Quando a metà degli anni ‘80 ha cominciato a farsi notare nel mondo dei motori, Zanardi era una delle tante promesse dell’automobilismo italiano. Gli esordi in Formula 3 (1988) e poi Formula 3000 (1991) sono il preludio al passaggio in Formula Uno che avviene nel 1991, sulla Jordan, dove si ritrovò a sostituire un giovane Michael Schumacher che nel frattempo aveva traslocato verso la Benetton, con Briatore che ne intuì prima di tutti il potenziale.
L’anno dopo Zanardi si ritrova a correre “in casa”, cioè alla Minardi, l’anima emilano-romagnola del circus (alla Jordan già vigeva la regola che il sedile era di chi portava gli sponsor, e Alex non ne aveva a sufficienza…). Le occasioni però sono poche, così come quelle in Lotus nei due anni successivi. Di fatto la Formula Uno si rivela un mondo ostile al pilota bolognese, che pensa a guidare (e lo fa discretamente bene) ma senza badare troppo agli affari.
Da qui la decisione di trasferirsi oltreoceano a partire dal 1995, dove in Formula CART (la comunemente detta Indy) il mondo scopre per davvero chi è Alex Zanardi. Che nel 1996 è il rookie of the year e dove nei due anni successivi conquista la vittoria finale, portando la Reynard del team Ganassi su vette mai raggiunte prima. I trionfi americani lo convincono però che c’è da finire un lavoro in Formula Uno: nel 1999 sbarca al volante della Williams, che però ormai non è quella che era fino a due anni prima e la scelta si rivela infausta.
La sliding door: l’incidente del Lausitzring del 15.09.2001
Quando nel 2001 (dopo un anno sabbatico) decide di tornare negli USA, tutti si aspettano che possa tornare a macinare subito vittorie a profusione. Ma anche qui i problemi non tardano a venire: la vettura del Mo Nunn Racing non è performante e fatica a inserirsi nella lotta di vertice, ma è quel che succede sul circuito tedesco del Lausitzring a cambiare completamente la prospettiva: Zanardi a 13 giri dalla fine si trova in testa, a riprova dei progressi evidenti mostrati dalla vettura, ma dopo l’ultima sosta ai box in uscita perde il controllo (probabilmente a causa di una pozza d’acqua mista a olio presente in traiettoria) e viene centrato in pieno da Alex Tagliani, che stava procedendo a velocità sostenuta, in lotta con Patrick Carpentier.
Lo schianto è tremendo: l’auto si spezzò in due tronconi e Zanardi di fatto si ritrovò con le gambe completamente troncate dal resto del corpo. Solo la tempestività dei soccorsi gli impedì di perdere la vita sul momento: 6 settimane di ricovero e 15 operazioni dopo, Zanardi tornò a casa prima della fine dell’anno, con una nuova vita da ricostruire nella mente e nel corpo.
La seconda vita sportiva: il Turismo e l’handbike
La grande forza d’animo del pilota bolognese fu la molla per rialzarsi e cominciare un nuovo capitolo. Già nel 2003 Alex tornò a correre in Formula CART per soli simbolici 13 giri sul circuito dove due anni prima si verificò l’incidente. E proprio la bontà dei tempi lo convinsero che ci fosse ancora l’opportunità di schierarsi al via di qualche gara, come nel 2005 nel mondiale Turismo, al volante di una BMW 320. Disputerà diverse gare fino al 2019, quando parteciperà alla 24 ore di Daytona, sempre al volante di una BMW M8 GTE.
Ma proprio grazie al suo atteggiamento positivo nei confronti della vita, Alex a partire dal 2006 ha cominciato ad aprirsi a nuovi orizzonti. Scopre l’handbike e decide che quella diventerà la sua seconda vita sportiva: nel 2007 debutta alla maratona di New York (e chiude quarto assoluto), tornando poi negli anni successivi e vincendola nel 2011, quando già aveva conquistato i campionati italiani e altre gare.
Il passo successivo è la convocazione per le paralimpiadi di Londra 2012: sotto la guida sicura di Mario Valentini, l’allenatore italiano più vincente di sempre (tra tutte le discipline olimpiche e paralimpiche), Zanardi conquista l’oro nella cronometro e nella gara in linea H4 e l’argento nella staffetta mista H1-4.
Le medaglie paralimpiche e la maledetta “staffetta” del 2020
I trionfi paralimpici proiettano Alex in una nuova dimensione: diventa un simbolo assoluto di resilienza e grande forza di volontà, un esempio per milioni di persone che restano sbalorditi nel vedere con quanta forza abbia saputo rialzarsi dopo tutti i dolori che la vita gli ha procurato. Vincerà altre tre medaglie (due d’oro e una d’argento) anche a Rio, e in mezzo svariati campionati mondiali e Coppe del Mondo.
Quando arriva la pandemia sta già preparando la paralimpiade di Tokyo, ma in Giappone non arriverà mai. Perché nel giugno 2020, dopo due mesi passati a casa, decide da fare qualcosa di più: una “staffetta” in giro per l’Italia, l’ennesima ripartenza dopo un periodo segnato da un doloroso stop (e chi meglio di lui poteva capire cosa si provava). Voleva portare gioia e nuovi auspici, ma dietro una curva in discesa ha trovato una vettura che proveniva in senso opposto e che l’ha colpito in pieno, di fatto decretando con 5 anni d’anticipo la fine della corsa.
Ma senza toglierne la grande eredità. Come disse una volta a degli studenti: “È possibile che se il fulmine m’è arrivato tra capo e collo una volta mi colpisca nuovamente, ma rimanere a casa per evitare e scongiurare quest’ipotesi significherebbe smettere di vivere, quindi no, io la vita me la prendo”. Se l’è presa davvero tutta, Alex Zanardi.
