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    Overtime sport - Altri sport - Intervista esclusiva a Nando Orsi: “La televisione dopo la Lazio e la panchina. Mia figlia Carolina, campionessa di padel”
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    Intervista esclusiva a Nando Orsi: “La televisione dopo la Lazio e la panchina. Mia figlia Carolina, campionessa di padel”

    8 Agosto 2023Nessun commentoTempo di lettura 8 Min
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    nandocarolinaorsi bbGzsZ

    Fernando Orsi appartiene a quella generazione di calciatori che rimangono attori protagonisti di una memoria che incasella partite, storie e conserva testimonianza di uomini che hanno saputo esprimere estro, il talento e anche l’epopea calcistica che quella Lazio indimenticabile ha toccato. Tra i pali Nando (perché allora i giocatori venivano chiamati con il nome che avrebbero usato tra amici) si era conquistato quel ruolo che sembrava inevitabile, giusto. E che ambiva a occupare da quando, ragazzino, aveva incominciato a giocare tra i campi di Roma e poi nelle giovanili giallorosse per poi riuscire a sfiorare l’ambizione massima, con la maglia dell’altra metà della Capitale.

    Succede. Poi è stato altro. La storia di un giocatore non può riassumersi in poche righe e in una manciata di ricordi, di quelle partite immortalate nella memoria collettiva. Quando è stato il momento ha cambiato casacca, ha deciso di intraprendere la strada della panchina – il mestiere del calcio più bello, dice – e andare anche oltre. Oggi riveste un ruolo pubblico, è popolare comunque e sempre oltre la Lazio e l’Inter. Stimato, apprezzato per il suo ruolo di commentatore tecnico lavora per Sky Sport, al top di questo lavoro, dopo aver deciso di ripartire.

    Lo contattiamo per comprendere di più di questo presente, di quali tasselli si compone il suo quotidiano, oggi che oltre a una professione diversa, che lo ha posto dall’altra parte del microfono e della telecamera. Da tempo è a Sky Sport, da talent esperto e anche da padre di Carolina Orsi, fenomeno del padel, sport su cui Sky ha investito e crede seguendo i maggiori tornei dal World Padel Tour al Premier Padel, fino al finale di stagione a Milano. Carolina, la sua crescita e il suo successo è fatica, impegno e una storia che appartiene a lei, a suo padre, alla sua famiglia. ma che insegna a chiunque abbia conosciuto la necessità di trovare quella strada da seguire.

    Il presente di Nando Orsi, da ex giocatore e allenatore anche al fianco di un giovane Roberto Mancini nella Lazio, di che cosa si compone oggi a livello professionale?

    Il mio presente, oggi, si compone di numerose collaborazioni in particolare e principalmente con Sky Sport. Prima di questo capitolo professionale avevo lavorato con Premium e con la Rai, ma dal 2019 ho instaurato una collaborazione con Sky come commentatore tecnico e opinionista televisivo una volta chiuso con la panchina, dopo aver provato a occupare un posto in panchina. Due anni a Livorno, un anno a Terni poi ho visto altro. E ho preso la mia decisione. Quindi sono opinionista da 15 anni, con grande soddisfazione perché è un lavoro anche questo non è un passatempo. Devi conoscere il calcio, il calcio estero e curare ogni aspetto della preparazione, oltre che saper parlare e avere anche una buona dizione.

    Nando Orsi vice di Roberto Mancini all’epoca dell’Inter

    Forse si aspettava qualcosa di diverso in panchina?

    A me piaceva stare sul campo ed è stato un grande dispiacere, non dover abbandonare, quanto misurami con la difficoltà di ricollocarmi. Ho allenato a Livorno, in Serie A, per due stagioni poi non ho ricevuto più nessuna chiamata quindi ho pensato che forse avrei dovuto cercare altre strade. Individuare una alternativa, per me. Ho iniziato a fare televisione. Sono tornato alla Ternana, dopodiché ho visto che servono altre cose e sono tornato a fare la tv. Il campo, per me, continua comunque a esercitare un’attrazione incredibile e l’allenatore rimane il mestiere, nel mondo del calcio, migliore possibile per visione, stile, prospettiva e anche emozioni. Ma non è l’unico: abbiamo anche alternative e io ho trovato la mia.

    Nando Orsi in panchina

    Forse non tutti sanno che sua figlia Carolina Orsi, che ci sta regalando le maggiori soddisfazioni nel padel, è arrivata a questo sport quasi per caso nonostante la carriera gloriosa di suo padre e un certo talento nel calcio. Come è approdata al padel e proprio a questo sport, visto che aveva incominciato con il calcio a 5 e il tennis?

    Poteva fare una gran carriera come tennista. Mia figlia a 16-17 anni era già 800 nella classifica mondiale e io andavo con lei in giro per tornei da 10.000-15.000 in tutta Europa. Carolina era dotata, perché era già alta, mancina, vantava i colpi giusti ma il tennis è uno sport “bastardo”, in cui sei solo contro tutti e tutto. Sei chiamato a gestire l’emozione, la pressione importante e se sei giovane come lo era lei, all’epoca, il tutto si complica. Così ha deciso di giocare a calcio a 5, con risultati importanti. Ha vinto la Coppa Italia con la Real Balduina, è stata capocannoniere fino a quando non le è capitato di giocare a padel. Eravamo all’Argentario, la invitai a provare – insistendo – a padel perché chi, come lei, ha giocato a tennis non è mai convinto di provare, ma un mio amico della Canottieri Aniene l’ha notata subito e le ha proposto di entrare nel loro progetto legato a questo sport, a partire dal 2017. Ha incominciato così, vincendo in sei anni sei campionati italiani.

    Con una pandemia di mezzo. Tre anni che sono stati tolti anche ai professionisti e a chi aveva già una carriera sportiva consolidata.

    Carolina due anni e mezzo fa ha deciso di trasferirsi in Spagna, nonostante avesse un contratto a tempo indeterminato con una azienda, e di rischiare. Rischiare di fare la professionista in un Paese dove il padel vanta strutture e cultura all’avanguardia. Ed è andata incontro a una progressione straordinaria. Da numero 100 e passa al mondo, in due anni nel race è numero 19. E sta incominciando a giocare con Patty Llaguno, una delle migliori del circuito (numero 17 al momento dell’intervista), quindi una progressione che forse neanche lei si aspettava, ma che rispecchia in pieno il carattere di Carolina. Un carattere tenace, un “mulo” negli allenamenti, una professionista che non molla mai e che si rivela sempre disponibile. Carolina, però, è anche consapevole che si tratta di un punto di partenza, perché in Spagna ci sono giocatrici fenomenali e già essere vicino a loro è un motivo di grande soddisfazione.

    Carolina Orsi e Giorgia Marchetti a Cracovia

    Carolina, poche settimane fa, ha conquistato a Cracovia una storica medaglia d’oro nel doppio femminile nei Giochi Europei in coppia con Giorgia Marchetti e ha preso parte al BNL Italy Major Premier Padel che l’ha vista protagonista fino agli ottavi, nella sua Roma. Un successo che non ha avuto risonanza adeguata perché il padel è in crescita, ma è ancora una parabola che cresce lentamente. 

    La crescita dal basso deve ancora avvenire: si devono creare delle accademie vere e proprie, si devono avere degli allenatori che sappiano far crescere i ragazzi e le ragazze, giocando anche con una mentalità diversa, che non sia quella che per alcune circostanze vediamo in Italia. Devi avere le caratteristiche del giocatore, sul piano tecnico e fisico, ma anche apprendere che in Spagna o in Argentina si gioca in maniera diversa: non tirare forte, la parete. Ci sono molte cose che Carolina ha appreso e capito scegliendo di proseguire il suo percorso sportivo in Spagna, non tralasciando che le sue caratteristiche sono di una giocatrice di voleé, di una giocatrice che schiaccia. Carolina ha modificato il suo stile di gioco, optando per la Spagna e ciò ha dato i suoi frutti.

    Carolina Orsi a Cracovia

    La sua è una analisi inappuntabile da osservatore e commentatore tecnico. Da papà, però, deve rivelarsi difficilissimo seguire Carolina.

    Da papà è impossibile. Poche sere fa ero ospite a un convegno sull’ossessione della vittoria a Pavia con Carlo Genta. Alla conclusione di questo convegno, Carlo Genta ha annunciato un collegamento proprio con Carolina ed è stata una grande emozione. Sia perché la vedo poco, sia perché il nostro è un legame imprescindibile.

    Da opinionista e commentatore anche di padel, certamente ha assistito anche lei alla crescita del movimento durante gli anni della pandemia. Su cosa manca perché diventi davvero popolare, a suo avviso?

    Gli agonisti sono e rimangono tali: vogliono vincere, è ovvio, è inevitabile, è uno stato mentale per costruire una carriera che segna chiunque giochi a questi livelli e rimane in testa sempre e comunque. Ti accompagna. Tornando al padel, perché si sviluppi in Italia servono accademie come la Canottieri Aniene, del quale Carolina è socia, sta cominciando a orientare i propri progetti. E su questo modello anche altri circoli si stanno muovendo. Per avvicinarsi all’Argentina e alla Spagna ancora c’è un abisso, c’è un gap che si può colmare. Bisogna accaparrarsi quei giovani che si stanno avvicinando sull’onda dei risultati così come quando vincono i grandi club e la platea dei tifosi cresce, come avvenuto per il Milan o per la Juventus. In questo momento che il padel sta esplodendo bisogna accaparrarsi queste nuove generazioni, perché il padel non è un “giochetto”, ma uno sport che richiede forza, tecnica, preparazione fisica, disciplina. La chiave per la svolta è proprio questa: il padel non è un “giochetto”, è uno sport.

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