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    Overtime sport - Storie di sport - Francesco Toldo, portiere approdato all’Inter e alla Nazionale dalla parrocchia: “Non guardo più le partite, ma il 3-0 alla Juve…”
    Storie di sport

    Francesco Toldo, portiere approdato all’Inter e alla Nazionale dalla parrocchia: “Non guardo più le partite, ma il 3-0 alla Juve…”

    24 Marzo 2025Nessun commentoTempo di lettura 6 Min
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    Rilasciare un’intervista a bordo della sua bicicletta, nella mix zone, dopo il Pepito day e diventare protagonista suo malgrado. In fondo, la sua cifra è sempre stata questa: nessuna esagerazione, iperbole ma estrema concretezza. Francesco Toldo era a Firenze per l’amico Giuseppe Rossi ma nulla è cambiato. Rimane quel ragazzo di campagna cresciuto tra il calcio di provincia e l’attività di famiglia.

    Toldo è rimasto nell’immaginario collettivo il portiere della Nazionale vicecampione d’Europa nel 2000, ma soprattutto un ragazzo di provincia con un percorso calcistico anomalo, rispetto al sistema odierno.

    • Chi è Francesco Toldo, dalla provincia al sogno
    • L’incontro con Dino Zoff
    • I rigori contro l’Olanda
    • Le gioie con l’Inter

    Chi è Francesco Toldo, dalla provincia al sogno

    Toldo non nasce portiere ma lo diventa, come raccontò lui stesso: “Quando iniziai a giocare mi misi in porta un bel giorno che nevicava e da lì mi divertii a buttarmi per terra, poi iniziai a fare sacrifici. Quando avevo 14 anni, avevo un ginocchio enorme perché la tecnica del tuffo non la conoscevo, in parrocchia ti tuffavi e ti facevi male, ma tenevi duro perché veniva l’osservatore a vederti e volevi a tuti i costi che ti notasse”, ha raccontato in un’intervista datata.

    Ma il calcio non era un’affare di famiglia, ed è lo stesso ex campione azzurro a spiegarlo: i suoi genitori gestivano una tabaccheria.

    “Quando ero nella primavera del Verona ho avuto nostalgia di casa, ho completato gli studi e mio papà diceva ‘vieni a lavorare in tabaccheria con me’. Io andavo ad aiutarlo al mattino, ma poi al pomeriggio andavo ad allenarmi. Guadagnavo già tanti soldi ma non mi interessava, non li volevo per me, li davo a mio papà perché era un aiuto alla famiglia. Vedevo che i miei faticavano a fare la spesa, si son comprati la Duna e vedevo mio papà andarla a pagare con le 10mila lire. Era la macchina di tutta la famiglia”.

    Oltre al lavoro nell’attività commerciale di famiglia, Toldo si arrangiava come poteva e lavorava negli alberghi. D’altronde frequentava l’istituto alberghiero e quella sembrava essere una prospettiva.

    L’incontro con Dino Zoff

    Aveva 15 anni quando era alunno della scuola alberghiera e portiere nelle giovanili del Montebelluna, nell’estate del 1986 lavora nel nuovo Sheraton Hotel di Padova. La sera dell’inaugurazione, quando si avvicina al suo rango per servire i clienti, rimane incantato e incredulo. Fra gli ospiti c’è il portiere campione del Mondo, quel Dino Zoff, suo idolo d’infanzia e modello. Imbarazzato ed emozionato, alla fine della cena Toldo si avvicina a Zoff e gli dice:

    “Scusi,potrei avere un suo autografo? Sa, anch’io gioco in porta”. Zoff firma l’autografo su un foglietto, che Toldo confessò di custodire gelosamente come cimelio. Con le stagioni e l’impegno, il giovane Toldo conquista una maglia più importante e la Lazio guidata da Zoff affronta in amichevole il Ravenna, che festeggia la promozione dalla C alla B. Con Francesco tra i pali.

    A fine partita Toldo si avvicina a Zoff e gli chiede: “Si ricorda di me? Ero il cameriere che le servì la cena allo Sheraton di Padova nel 1986…”, così si presenta e centra il grande Dino.

    “Certo che mi ricordo, ma piuttosto oggi ho visto un gran portiere. Continua cosi che hai i numeri per divenire un bravo portiere di Serie A!”, il suo incoraggiamento. Addirittura Toldo esagera e non si ferma a un grande club, come l’Inter ma alla Nazionale e a quella mitica impresa del 29 giugno del 2000. Semifinali degli Europei del 2000. Zoff è il ct della Nazionale, Toldo il portiere titolare. Quel pomeriggio ad Amsterdam il n.1 dell’Inter stregò tutti.

    I rigori contro l’Olanda

    Parò un rigore a De Boer durante i tempi regolamentari (un altro lo sbagliò Kluivert colpendo il palo) e altri due rigori dopo i supplementari, trascinando l’Italia in finale. I suoi ricordi sono nitidi: “La sera prima mi ero immaginato tutto quello che sarebbe potuto accadere il giorno dopo. Insieme ad una persona amica ne parlavamo per telefono e ci raccontavamo che tutto il mondo avrebbe parlato di me. Parlavamo del fatto che ci sarebbero stati i rigori e che ne avrei parati un botto. E così è stato. Potevano andare avanti quanto volevano, non ce n’era. Mi sono divertito a guardare fisso negli occhi, in una maniera che solo in quel momento riuscivo a fare, i giocatori che tiravano i calci di rigore. Avevo un’adrenalina elevatissima, ma il mio pensiero era quello di riuscire a condizionare chi avevo di fronte. Come? Rimanevo fermo fino all’ultimo, facevo loro la finta per farli sbagliare”.

    Le gioie con l’Inter

    Tante gioie anche con l’Inter, fino alla fine e non solo: “Io ho deciso di smettere esattamente la sera in cui abbiamo vinto la Champions League a Madrid: da qualche mese pensavo che se avessimo vinto tutti i trofei in quella stagione avrei smesso la sera stessa. Ho smesso esattamente con la stessa felicità con la quale ho iniziato. La cosa più bella è stata terminare la carriera con un trofeo così importante in mano: anche se in quella stagione ho raccolto poche presenze, so per certo di aver contribuito a quella vittoria sostenendo il gruppo a mio modo”.

    Un altro ricordo indelebile è il gol di testa alla Juve (anche se alcuni lo assegnarono a Vieri per un tocchettino sotto porta): “Io quella volta me lo sentivo proprio che avrei segnato. Prima della partita, infatti, dissi a Cuper: ‘Scusi mister, guardi che se per caso perdiamo 1-0 e siamo alla fine, se capita l’occasione io vado’. Lui in genere mi diceva sempre di stare fermo, ma quella volta mi disse di andare tranquillo”.

    Alla Fiorentina ha altrettanti ricordi belli, importanti che ha rievocato allo stadio per celebrare la partita di saluto all’amico e compagno Pepito Rossi. L’ex portiere della Fiorentina Francesco Toldo presente al Pepito day ha rilasciato in zona mista alcune dichiarazioni che testimoniano anche lo spirito.

    Oggi non segue più il calcio, è andato via in bici e si guarda con il distacco che aveva anche agli esordi, da ragazzo. Non segue più le partite come un tempo, ma qualche battuta la regala comunque. E anche l’ammissione di esplodere ancora di soddisfazione per le imprese (sportive) della Viola sulla Juventus.

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